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07/06/10

NODE festival @ Modena [4&5/6/2010]



Riesco poche volte a presenziare eventi musicali per più di una singola giornata/serata, ma notato con il giusto anticipo il festival modenese, mi sono convinto a provare la due giorni con fidati compagni di viaggio.

La prima serata la delegazione composta da Ilenia, Upset e il sottoscritto decide di prendere il regionale delle 20.30, visto l'esimia distanza tra Bologna e Modena.

Ho sempre notato un eccessiva educazione, quando non sfocia nel tacito rispetto degli altri viaggiatori, nei treni dell'Emilia Romagna. Ciò differisce totalmente dai regionali delle tratte Firenze-Grosseto che sono abituato a prendere. Tutti parlano in modo quieto, ti guardano con un misto di sorriso simpatico e snobbismo di chi si sente già nella parte d'Italia che conta.

Mezz'ora dopo ci troviamo tra portici arancioni, nigga seriosi dei loro affari e taxi frettolosi. Si nota la differenza con la città dove studio: nessun debosciato alla stazione, nessun purulento escremento sui marciapiedi e strade quantomeno deserte per essere le 9pm.

Troviamo facilmente il Palazzo dei Congressi dove si svolge la kermesse "di musica elettronica e live-media", come citano manifesti e flyer. Una bella struttura moderna e tenuta bene che al primo piano ospita chiostro all'aperto contornato da postazione bar e da delle installazioni visive notevoli e con la diretta audio-video dei concerti ospitati al piano superiore.

Gli artisti trovano spazio dentro una sala grande, con del parquet sul pavimento e con una limitazione dei presenti in sala di 160 persone all'incirca. Chi si sdraia per terra, chi si prepara a fotografare, chi si fa riprendere dai sorveglianti perché si appoggia alle pareti di cartongesso. Troviamo posto a sedere proprio quando la musica sta per iniziare.




Hildur Guðnadóttir: violoncellista del panorama elettro-acustico moderno, è la prima ad esibirsi sul palco, modesta e timida, che nella sua mezz'ora di esibizione propone melodie solenni e malinconiche che ruotano completamente intorno al suono del suo strumento, elevando al massimo le possibilità espressivo di quest'ultimo. C'è chi trova ugualmente l'esibizione noiosa e preferisce andare a bere alcoolici o fumare tabacchi nel chiostro, aspettando gli altri artisti



Ryoichi Kurokawa: artista giapponese visibilmente giovane che propone una performance audio-visiva come suo solito molto coinvolgente, che l'ha reso tra i protagonisti indiscussi della nuova sensibilità digitale contemporanea. Il suo lavoro astratto appaga il sistema sensoriale dei suoi spettatori, coinvolgendoli in progetti di astrattismo ora radicale, ora geometrico. Era curioso vederlo girarsi verso i due schermi che contenevano la sua opera visuale, non curante dei muri di



Quayola: video artista italiano residente a Londra, dove da anni sperimenta nuovi incontri tra il mondo dell'immagine, del video, della performance live e della fotografia. L'artista, tramite larga conoscenza delle nuove tecnologie crea mondi dove l'elemento naturale e quello architettonico mutano costantemente in oggetti visivi effimeri e volatili giocando col reale e l'artificiale. Durante la performance audio/video, le immagini sono sempre in bilico tra minimalismo d'impatto geometrico e evolversi spiccatamente pop con sapiente uso dei colori e della progressione delle forme e della dissolvenza, soprattutto nella prima parte. Nella seconda parte invece la musica è quella più degna di nota: techno tedesca di scuola Kompact o Poker Flat, IDM minimale, glitch barocco. Il suono e il video sono sempre direttamente proporzionali e cooperanti. Probabilmente una delle esibizioni più danzerecce e d'impatto.



Boxcutter: questo ragazzo irlandese timido e pacato ha portato la maggior parte di persone a venire a questo NODE Festival, era forse l'artista più atteso della serata. Il suono di Boxcutter fugge da qualsiasi definizione. Accompagnato dal suoi laptop e dal proprio basso (mi ricorda Squarepusher live), incorporando un attitudine improvvisativa con ottime capacità tecniche alla potenza di bassi tellurici e melodie eteree. Infatti è considerato tra i primi a modellare l'ibrido sonoro definito come dubstep dalla critica specializzata. Abituandoci ad un suono dinamico, capace di muovere nel profondo chiunque si presenti davanti alle casse, forse ha stupito un po l'eccesso di suono funky che avvolgeva il tutto il set, spiccatamente UK e quindi non troppo apprezzato in queste latitudini. L'impressione era quella di una sessione sperimentale di basso accompagnato da elettrismi vari. Non ha convinto troppo, infatti gli spettatori erano quasi infastiditi.



Mount Kimbie: la seconda serata, arrivati con un pò di ritardo, ci ha permesso di gustare solo dell'esibizione dei Mount Kimbie, duo inglese avvicinato dalla stampa alla corrente dubstep, creando però una versione più ricercata e pacata di quel suono. Si propongono con 2 laptop e strumenti vari tra cui un campionatore un synth, una chitarra, un rullante, un ride. I ritmi spesso steppati, andavano a raggiungere un apoteosi sonora fatta di voci e reverbi di essi, arpeggi di chitarra risoluti e perfettamente ambientali.